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7 buoni motivi per cui rivolgersi allo Psicologo Alimentare

Hai un rapporto problematico con il cibo? Hai necessità di aderire ad una particolare dieta per motivi di salute? Sei vittima della sindrome dello Yo-Yo? Soffri di Fame Nervosa?

Allora uno Psicologo Alimentare potrebbe fare a caso tuo.

Quando si parla della figura dello Psicologo Alimentare si pensa che sia quel professionista che si occupa esclusivamente di Disturbi Alimentari; in realtà non è proprio così.

Ma partiamo per gradi. La Psicologia è la scienza che studia il comportamento umano e i processi mentali; lo psicologo, dunque non legge nella mente 😉 ma si occupa della salute e del benessere individuale e di gruppo. Per definizione “la professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”.

Partendo dalla semplice definizione della professione è subito evidente la molteplicità degli ambiti di intervento, così come sono diverse le motivazioni che possono spingere una persona a rivolgersi ad uno psicologo, come per esempio a causa di problemi d’ansia, depressione, disturbi alimentari, problemi di coppia, ma non solo.  Lo psicologo non si occupa solo di disturbi o patologie ma si occupa anche di prevenzione, promozione del benessere e può aiutarti in un qualsiasi percorso di cambiamento, che riguardi l’aspetto di vita lavorativa, familiare o strettamente personale, incluso il comportamento alimentare. Gli obiettivi di una consulenza psicologica possono essere sintetizzati in un concetto: capire le cause di un comportamento ma soprattutto ricercare soluzioni e produrre dei cambiamenti nel modo di affrontare le cose (P.Medde)

Psicologia Alimentare

L’aspetto psicologico assume un ruolo fondamentale nel comportamento alimentare e nel rapporto con il cibo, e spesso le diete falliscono proprio perché se ne trascura l’importanza.

Attualmente, sono davvero tante le informazioni che tutti noi abbiamo riguardo il mondo della nutrizione. Già a partire dalla scuola primaria si iniziano ad acquisire le prime informazioni rispetto ai nutrienti, facendo riflette i bambini sull’importanza di una dieta sana e variegata, grazie ad una maggiore attenzione delle scuole sull’alimentazione; i programmi tv e social sottolineano, molto di più rispetto al passato, il valore di seguire un’alimentazione ricca di frutta e verdura, così come sono aumentati anche i tutorial di cucina.

Nonostante il dilagare di informazioni di ogni tipo rispetto alla corretta alimentazione e, nonostante il fatto di essere la Patria della Dietra Mediterranea, nel nostro Paese il numero di persone in condizione di sovrappeso e obesità sono sempre più in aumento, includendo anche la crescita dell’obesità infantile.

Secondo il rapporto Istat realizzato per il secondo Italian Obesity Barometer Report  presentato il 6 ottobre 2020, in Italia, la prevalenza di persone in sovrappeso e con obesità cresce al crescere dell’età, tanto che, se l’eccesso di peso riguarda 1 minore su 4, la quota quasi raddoppia tra gli adulti, raggiungendo il 46,1 % tra le persone di 18 anni e oltre. Per finire, negli ultimi 30 anni è stato rilevato un aumento di incidenza dell’eccesso di peso pari al 30%.

Ma come è possibile tutto questo?

Tutti sanno che per poter cambiare la rotta di questo andamento di peso della popolazione, bisogna cambiare stile di vita, migliorando la qualità dell’alimentazione e aumentando l’attività fisica.

Ma come si fa?  Ed è qui che lo Psicologo Alimentare può assumere un ruolo cruciale.

Lo Psicologo esperto del Comportamento Alimentare, anche detto Psicologo Alimentare, è il professionista  in grado di aiutarti in un percorso di cambiamento e consapevolezza alimentare, permettendoti di:

  • capire COME e PERCHE’ mangi;
  • ti aiuta a comprendere le motivazioni che si celano dietro le tue scelte alimentari;
  • ti permette di fare pace con il cibo imparando a mangiare con i 5 sensi;
  • ti aiuta a sviluppare nuove abitudini di vita (incluse le abitudini alimentari) partendo dalla consapevolezza dei molteplici fattori che possono influire nella decisione di mangiare o non mangiare, di fare attività fisica o non fare attività fisica.

Spesso, le persona che vogliono perdere peso, sanno bene cosa devono o non devono mangiare, ma non riescono a mettere in pratica il cambiamento che ci si era prefissati. Quando si vuole  migliorare il proprio stile di vita e la propria alimentazione, non basta imparare a gestire l’introito calorico, ma bisogna intervenire sull’intero comportamento alimentare.

Partiamo dal presupposto che il comportamento alimentare, così come qualsiasi altro genere di comportamento, è influenzato da fattori genetici, familiari, sociali, ambientali e di personalità. Per le persone il cibo non è mai solo cibo, ma rappresenta qualcosa di molto più complesso e profondo; a volte può essere valvola di sfogo, altre volte fonte di punizione, altre volte ancora forma di coccola o momento di condivisione.

Ecco perché spesso le persone hanno difficoltà a perdere o prendere peso, perché il cibo viene trattato come semplice fonte di calorie mentre rappresenta molto di più.

Inoltre, il rapporto che hai oggi con il cibo è il risultato di anni di abitudini, apprendimenti e regole che hanno bisogno di attenzione, consapevolezza e tempo per poter essere modificati.

Ecco dunque i 7 buoni motivi per cui puoi chiedere aiuto ad uno Psicologo Alimentare:

(in realtà ne avrei altri, ma ho fatto la brava e ho cercato di sintetizzarli in questi sette punti)

1) SVILUPPARE UN COMPORTAMENTO ALIMENTARE E UN RAPPORTO CON IL CORPO SANO E CONSAPEVOLE

Per chiedere il supporto di uno Psicologo Alimentare non è necessario soffrire di una qualche patologia specifica, perché spesso si può avere difficoltà nel gestire la propria alimentazione o avere un rapporto complesso con il proprio corpo, che non ti permette di vivere con serenità, pur non sfociando in un disturbo; allora perché non chiedere aiuto?

Come già detto, il rapporto con il cibo non è determinato esclusivamente dal bisogno di nutrirsi e quindi solo da esigenze fisiche, ma un ruolo fondamentale è rappresentato anche da:

  • le componenti psicologiche;
  • le componenti sociali;
  • le componenti culturali;

che insieme sviluppano il COMPORTAMENTO ALIMENTARE.

Quando una persona vuole cambiare il suo modo di nutrirsi, qualunque sia lo scopo, non possono essere considerate solo le quantità, la qualità, le calorie e le porzioni di cibo, oppure ancora i numeri di pasti al giorno, ma si deve intervenire sulle ABITUDINI e sull’individuazione del ruolo delle diverse componenti, sviluppando una maggiore consapevolezza alimentare.

Inoltre, spesso le problematiche legate al cibo nascono da un difficile rapporto con il proprio corpo, oppure ne sono la conseguenza. La rappresentazione di sé assume un ruolo importante sia nel modo in cui percepiamo noi stessi, che nel modo in cui affrontiamo il mondo esterno; una rappresentazione negativa è uno dei fattori che determina lo sviluppo di disturbi legati al proprio corpo e al cibo. Ecco perché è importante imparare ad avere un rapporto positivo con il proprio corpo e la propria immagine corporea, imparando ad amarsi.

2) SUPPORTO NELL’EDUCAZIONE ALIMENTARE DEI PROPRI FIGLI

Sempre più spesso i genitori hanno problemi con la gestione dei pasti dei propri cuccioli; lamentano della troppa selettività alimentare dei propri figli, che li porta ad ore ed ore di trattative per fa sì che assaggino una mini forchettata di verdura o uno spicchio di qualsiasi frutto; oppure alcuni genitori hanno problematiche opposte, ossia vorrebbero che i propri figli mangiassero di meno o diminuissero il numero di merendine o altri cibi confezionati che tanto amano.

Tutto ciò che effetto avrà?

Che i genitori vivranno i momenti del pasto con ansia, sperando che ogni tentativo vada meglio per migliorare l’alimentazione dei propri figli.

E i bambini? Anche loro vivranno con ansia quei momenti, ansia che con molta probabilità si porteranno per anni e che condizioneranno il loro futuro rapporto con il cibo.

Ricorda che i bambini percepiscono l’ansia e le apprensioni riguardo al cibo fin dai primi mesi e possono apprendere tali atteggiamenti, riproducendoli nel futuro.

Ma non è mai tutto perduto. Così come un adulto ha la possibilità di cambiare, anche il bambino ce l’ha; ma non è una cosa che può fare da solo, oppure non possiamo pretendere che basti dire al piccolo <<mangia la frutta>> per far sì che la mangi.

Non dimentichiamoci che i bambini imitano i comportamenti dei genitori e quindi il buon esempio ha un ruolo fondamentale. Inoltre, comportamenti apparentemente furbi come nascondere e camuffare il cibo pur di far mangiare un determinato alimento al proprio figlio, può ottenere l’effetto completamente opposto. Ecco perché un percorso per individuare determinate dinamiche disfunzionali nei momenti del pasto possono aiutare i genitori ad adottare abitudini funzionali per migliorare il rapporto con il cibo dei propri bambini.

3) RICONOSCERE E GESTIRE LA FAME EMOTIVA

Che venga chiamata Fame Nervosa, Emotional Eating o Fame Emotiva, stiamo parlando sempre di quel comportamento alimentare scatenato da emozioni perlopiù sgradevoli quali la tristezza, la rabbia, la malinconia, la noia,  la solitudine, il senso di colpa e si presenta nel momento in cui non si riescono a gestire tali emozioni in modo più adeguato; nella maggior parte dei casi tutto ciò avviene in maniera del tutto inconsapevole.

Quando la fame ha questo presupposto il cibo scelto è un comfort food, ossia un alimento che ha il potere psicologico di creare uno stato di benessere momentaneo in chi lo mangia. I comfort food in genere sono cibi ricchi di zuccheri e/o grassi, associati a ricordi felici, magari dell’infanzia e spesso vengono consumati comodamente a letto o sul divano, magari mentre si fa altro, come guardare netflix o scorrere lo schermo dello smartphone.

Come ripeto sempre, la ricerca sporadica di una coccola alimentare non è un problema, anzi è più che normale; diventa un problema nel momento in cui la coccola alimentare non è più sporadica e soprattutto quando crea una perdita di controllo con il cibo, attivando nella persona sensi di colpa e un rapporto di odio-amore con il cibo e sé stessi.

Se ti riconosci in questo comportamento è importante imparare a riconoscere la fame emotiva, individuare i segnali trigger, sviluppare un nuovo rapporto con il cibo, in cui si mangia con calma, assaporando con tutti i sensi e sviluppando la capacità di soddisfare i reali bisogni, quelli che generalmente si nascondono dietro la fame emotiva.

4) SVILUPPARE DELLE SANE ABITUDINI IN CASO DI OBESITA’, DIABETE E CELIACHIA

Sono diverse le situazioni di salute che possono richiedere un cambiamento dello stile di vita, tra alimentazione ed attività fisica, come le situazioni di sovrappeso e obesità,  ma anche patologie come l’ipertensione e il diabete, entrambi condizioni che sono spesso presenti nelle persone obese.

Quando si è chiamati a cambiare stile di vita, soprattutto dopo che delle abitudini alimentari sono ben radicate da anni, ci si può trovare in difficoltà, ed essere combattuti tra la voglia di stare bene, badare alla propria salute ma non voler “rinunciare” ad alcune abitudini o piaceri della vita.

Eh si, perché generalmente si pensa che cambiare stile di vita voglia dire mangiare cibo light, SENZA zucchero, grassi o per esempio rinunciare alla pizza, ma per fortuna non è così. Seguire una dieta equilibrata è ben altro e, soprattutto, non prevede rinunce ma solo delle scelte alimentari consapevoli, alternative, che rispecchiano i reali bisogni.

Ma pensiamo anche all’aumento dei casi di celiachia oppure delle intolleranze e allergie alimentari. Anche in questi casi si è chiamati a rivedere le proprie scelte alimentari ma, in particolar modo nel caso della celiachia, ci sono intere categorie di alimenti da sostituire.

Dopo la diagnosi c’è una prima fase molto delicata in cui ci si può sentire confusi, in cui non si ha ben chiaro cosa poter mangiare e cosa no, bisogna imparare in quali alimenti è presente la sostanza “tossica” e spesso si ricevono delle liste in cui vengono indicati gli alimenti permessi e quelli non permessi. Quando si legge quel foglio può sembrare anche semplice, ma poi si inizia a fare la spesa e a dover percorrere dei reparti del supermercato mai esplorati, oppure nel momento della preparazione dei pasti bisogna stare attenti a non “contaminare” gli alimenti; quindi, il cambiamento non riguarda più solo la diretta interessata ma vengono coinvolte le abitudini dell’intera famiglia. Queste nuove abitudini hanno bisogno di tempo per essere comprese e per divenire automatiche.

Inoltre, spesso si fa l’errore di mangiare qualcosa di nuovo, come la pasta gluten-free ed immaginare il sapore della pasta che si poteva mangiare prima; questo approccio porta con sé malinconia per il passato mentre sarebbe di maggiore aiuto rivolgersi al presente con curiosità, in modo da scoprire nuovi piaceri. Molte persone ci riescono facilmente, altre invece si trovano più in difficoltà, spesso non accettando la nuova situazione. Allora, in quest’ultimo caso, un supporto potrebbe essere utile.

5) IMPARARE A GESTIRE LE ABBUFFATE

Con abbuffata si intende l’ingestione di una quantità di cibo superiore rispetto a quella ingerita dalla maggior parte delle persone nello stesso lasso di tempo e in circostanze simili, caratterizzata dalla sensazione di perdita di controllo.

Quindi non si tratta soltanto di sentirsi pieni dopo un bel banchetto, ma è il mangiare in quantità eccessive pensando e sentendo di non avere alternative. Non sempre è facile riconoscere un’abbuffata, anzi a volte capita di considerare tale anche un normale pasto.

Sia che si tratti di una vera abbuffata o di un’ abbuffata soggettiva, questa provoca nella persona una gran sofferenza fisica e psicologica, un forte senso di impotenza, malessere e sensi di colpa. Tutte queste reazioni, se non comprese, aumentano la probabilità che vengano messi in atto comportamenti di “recupero”, come per esempio diete restrittive ed iper-attività fisica, condotte che aumentano la probabilità di nuove abbuffate, oltre che  a far fluttuare il peso, sviluppando la Sindrome dello Yo-Yo, ossia quella  condizione nella quale il peso mostra spiccate fluttuazioni in conseguenza di episodi di dimagramento alternati a recuperi del peso. Sottolineo che le abbuffate sono spesso presenti in alcuni disturbi, come la bulimia o il Binge Eating, ma non necessariamente se è presente il comportamento di abbuffata lo è anche il disturbo.

Quando, però, le abbuffate (soggettive o oggettive) procurano preoccupazioni, rimorsi e sofferenza, il supporto psicologico può essere fondamentale.

6) SUPPORTO NEL PRE E POST CHIRURGIA BARIATRICA

Lo psicologo alimentare ha un ruolo importante nel supporto all’intervento di chirurgia bariatrica prima e dopo l’intervento stesso. Lo psicologo può lavorare sia all’interno dell’equipe che come singolo professionista.

Una persona con problemi di peso, non decide dall’oggi al domani di operarsi; spesso è una scelta sofferta che viene presa dopo anni di diete e tentativi falliti, a volte si è spinti da una motivazione esterna (es: le persone a cui voglio bene vogliono che io perda peso),  altre volte la chirurgia viene vissuta come l’ultima spiaggia.

Comprendere i reali motivi che hanno portato a questa scelta è solo il primo passo di un percorso psicologico. Il lavoro dello psicologo con un paziente bariatrico è ampio:

  • valuta l’idoneità psicologica delle persone con obesità candidate ad un intervento bariatrico;
  • fornisce sostegno professionale al paziente nelle fasi critiche del percorso;
  • valuta e promuove la motivazione al cambiamento;
  • fornisce un percorso di psicoeducazione e sostegno fondamentale per il cambio dello stile di vita;
  • contribuisce a creare le condizioni utili al mantenimento nel tempo del nuovo rapporto cibo-persona-forma del corpo.

Tutto questo lavoro è importante perché la chirurgia bariatrica non inizia e finisce solo con l’intervento, ma prevedere diverse fasi e momenti cruciali, prima e dopo l’operazione stessa in cui la persona può avere bisogno di un sostegno psicologico. Per fare qualche esempio:

– spesso viene chiesto al paziente di perdere peso e di seguire una dieta ipocalorica, prima di poter fare l’operazione;

– subito dopo l’intervento il paziente si alimenta con una dieta liquida, poi semiliquida e il ritorno ad una alimentazione solida avviene gradualmente, nell’arco di un mese e mezzo, due mesi (ovviamente i tempi differiscono molto sulla base del tipo di intervento);

– al paziente viene chiesto di seguire una terapia e vengono assegnate delle norme di comportamento alimentare;

– inoltre, un importante momento riguarda tutta la fase di cambiamento del proprio corpo e dell’immagine corporea.

Per tutti questi motivi, la componente psicologica, assume un fattore importante nella riuscita dell’intervento bariatrico.

7) AFFRONTARE I MODERNI DISTURBI ALIMENTARI

In passato, quando si parlava di Disturbi Alimentari si faceva riferimento esclusivamente ad Anoressia e Bulimia ma oggi non è più così. La società è cambiata e, insieme ad essa, sono  cambiati i bisogni individuali; così anche i disturbi alimentari hanno avuto un’evoluzione, dando forma a nuove condizioni di disagio, frutto delle moderne attenzioni all’alimentazione, al cibo ‘’sano’’, alla sua preparazione e al corpo perfetto. Queste problematiche alimentari ancora non sono riconosciute come patologie vere e proprie ma non si possono negare le conseguenze negative che tali condizioni apportano nella vita di chi ne soffre.

Voglio sottolineare che il mancato riconoscimento di una condizione come disturbo non rende la sofferenza che ne consegue meno importante o da sottovalutare.

Vi elenco alcuni dei Moderni Disturbi Alimentari:

  • Ortoressia: è un disturbo caratterizzato dall’ossessione per i cibi biologicamente  sani e puri (in genere vegetali crudi, cereali, cibi macrobiotici e sempre privi di sostanze artificiali come farmaci, pesticidi e additivi) che porta ad una dieta restrittiva causando gravi condizioni mediche, isolamento sociale e  instabilità emotiva, nonostante lo scopo della persona ortoressica sia quello di raggiungere uno stato di salute ottimale.
  • Vigoressia: è caratterizzato da una forte dispercezione dell’immagine corporea caratterizzata da una dipendenza patologica per l’ esercizio fisico, non tenendo conto dei limiti determinati da sforzo e stanchezza, avendo come unica preoccupazione ossessiva l’aspetto fisico, allo scopo di raggiungere la perfezione. Chi soffre di questo disturbo ha un’ immagine di sé magra, debole, anche quando in realtà ha ottenuto un fisico atletico.
  • Pregoressia: è un disturbo alimentare che colpisce le donne incinte che non vogliono aumentare di peso durante la gravidanza, sottoponendosi ad allenamenti prolungati e/o diete ipocaloriche, mettendo in atto comportamenti compensatori come il vomito e aumentando il rischio per loro stesse e il feto.
  • Drunkoressia: si intende quel comportamento caratterizzato dal digiuno prolungato durante il giorno per arrivare ad assumere ingenti quantità di alcolici.

Il riconoscimento della problematica e l’intervento di un professionista possono permettere la risoluzione del disturbo in questione, apprendendo un nuovo stile di vita e nuove abitudini alimentari, riconoscendo le motivazioni nascoste dietro un errato o ossessivo comportamento alimentare.

Se ritieni di trovarti in una delle situazioni elencate ricordati che è sempre il momento giusto per prenderti cura di te.

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Antonella Avena- Psicologa